• Facciata superiore del Santuario di San Michele Arcangelo

  • Solenne processione in onore di San Michele Arcangelo

  • Monte Sant'Angelo, particolare del centro storico

  • Solenne processione in onore di San Michele Arcangelo

  • Monte Sant'Angelo, le abitazioni della zona del "presepe"

Città di Monte Sant’Angelo: dal volume “Piante delle Locazioni” di De Michele (1686).

Ormai è tempo di chiudere, sul piano istituzionale ed amministrativo, il passato ed aprire una nuova fase di riconquista della onorabilità per il presente e per il futuro. Una crisi di identità che ha portato alla città, ma specialmente alla comunità locale, un evidente disagio e un vero e proprio malessere sul piano sociale, economico e culturale. È tempo di aprire una nuova stagione, in nome della legalità, ma specialmente in nome della democrazia e della libertà, intesa come partecipazione attiva alla vita politica, delineando, in maniera autonoma e responsabile, la via dello sviluppo, che prenda in seria considerazione le grandi potenzialità della città, specialmente in campo culturale, turistico e paesaggistico, ma soprattutto che tenga presente le vere esigenze della gente e quindi della Comunitas, la quale si appropri dell’Urbis, nei suoi aspetti più vitali, che consistono nel dare ad essa una sua dignità e una sua bellezza, legata alla sua storia e alla sua cultura. Quindi aprire una nuova stagione di vera democrazia rappresentativa, in cui vi siano partecipazione e corresponsabilità nelle scelte e nelle decisioni da prendere.

Per quanto riguarda la onorabilità della Città, macchiata dagli ultimi eventi riguardanti lo scioglimento dell’Amministrazione uscente, in un precedente articolo, a proposito del Patto per la Bellezza e la Cultura, ho fatto cenno all’Honor Montis Sancti Angeli. Adesso è venuto il momento per approfondire tale Honor, le sue origini e le sue connotazioni storico-culturali, che hanno riguardato da vicino una Città come quella di Monte Sant’Angelo, che ha visto convivere in essa vari popoli, dai Bizantini ai Longobardi, dai Normanni agli Svevi, dagli Angioini agli Aragonesi e ai Borboni, e varie civiltà, da quella greco-romana alla civiltà bizantina, dalla civiltà feudale alla civiltà rinascimentale, fino alla civiltà barocca del Seicento e del Settecento, tanto da creare i presupposti per il riconoscimento, nel 2011, del Santuario di San Michele a Patrimonio Mondiale dell’UNESCO e a caratterizzare la stessa Città micaelica in un percorso identitario unico ed irripetibile, per storia, cultura, religiosità, economia e tradizioni popolari. Tanti aspetti che hanno reso la Città di Monte Sant’Angelo uno dei centri più importanti dell’Italia e del mondo. Ma vediamo da vicino in che cosa consiste tale Honor.

Il Gargano presenta una lunga storia feudale, legata all’esistenza di vasti feudi, che si formarono nell’arco dei secoli e in presenza di varie forme di giurisdizione feudale. Tutto ciò è attestato dal Catalogo dei Baroni, un documento scritto al tempo di Guglielmo II (1153-1189), in cui appare lo “status” della regione e la suddivisione feudale del Regno al tempo dei Normanni. Sul piano giurisdizionale, i feudi si dividevano in feudi o possessi “in demanio”, come Monte Sant’Angelo e Siponto, e “in servitio”, come Lesina. Fra i feudi del Gargano, dobbiamo ricordare San Nicandro dove troviamo un “magister Henricus”; Castel Pagano, retto da un “filii Rahonis de Castello Pagano”; Ischitella retta dalla contessa di Caserta; Rodi, da “domina Riccarda”; Vieste e Varano sotto la giurisdizione di un certo “Guido de Gibelletto”; Cagnano governato da Teobaldo Francesco; infine Candelarium con Guglielmo di Siponto e Monte Sant’Angelo, il cui feudo era retto da Enrico (1078-1101), conte di Monte Sant’Angelo e di Lucera, che faceva parte di un Comitatus, che estendeva su tutto il Gargano, fino al Subappennino dauno. Fu durante la dominazione normanna, iniziata da Roberto il Guiscardo nel 1056, che molti centri urbani della Puglia e della Capitanata si arricchirono di castelli e cinte murarie, fra cui la città di Monte Sant’Angelo, dove si ebbe una ristrutturazione del castello, sorto già al tempo di Orso I (837), vescovo di Benevento e l’ampliamento della cinta muraria, allo scopo di coniugare le esigenze difensive a quelle connesse alla salvaguardia del Santuario e del territorio circostante. La dominazione del conte Enrico si distinguerà, durante il suo dominio, per la sua politica autonomistica rispetto al potere centrale normanno e all’influenza che i Bizantini esercitavano sulla chiesa micaelica. Alla morte di Enrico (1101), il feudo passerà al conte Guglielmo (1101-1105), il quale continuerà la stessa politica di equilibrio fra il potere normanno e l’influenza bizantina e ripristinerà, attraverso i suoi diplomi, tutte le concessioni fatte da Enrico in vita. Dopo Guglielmo il feudo passa, nel 1105, a Ruggero, figlio di Boemondo e nipote di Roberto il Guiscardo, il quale successivamente assegnò il feudo garganico a suo figlio naturale Guglielmo.

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Monte Sant’Angelo: Atrio superiore della Basilica di S. Michele, dal volume “ Voyage pittoresque” dell’abate di Saint-Non (1829).

Nel 1135 abbiamo un Simone conte di Monte Sant’Angelo, del quale si ignorano le origini. Nel 1177 Guglielmo II, l’ultimo duca normanno, promulga una Constitutio dotalii, in occasione del suo matrimonio con Giovanna, figlia del re Enrico II d’Inghilterra. Alla sposa egli concedeva in dotazione l’Honor Montis Sancti Angeli, che venne da allora a costituire una circoscrizione autonoma, feudo delle regine di Sicilia. Così si legge nell’atto di nascita dell’Onore: “Concediamo in dote alla predetta Giovanna, nostra carissima Regina, la contea di Monte Sant’Angelo, come qui di seguito si specifica, e cioè in demanio la città di Monte Sant’Angelo, la città di Siponto e la città di Vieste, con tutti i dovuti tenimenti e pertinenze. In servizio, poi, le concediamo, dai tenimenti del conte Goffredo di Lesina, Peschici, Ritium (Rodi?), Carpino, Cagnano, Sfilzi e ogni altra terra che notoriamente il predetto conte detiene dall’Onore della medesima contea di Monte Sant’Angelo: Le concediamo ancora in servizio Candelaro, S. Quirico, Castelpagano, Versentino e Lanzano. Ed infine le concediamo il monastero di S. Giovanni in Lamis e quello di S. Maria di Pulsano, con tutti i tenimenti che questi monasteri detengono dall’Onore della predetta contea di Monte Sant’Angelo”.

Con l’istituzione dell’Honor, Monte Sant’Angelo, che sicuramente prenderà la sua denominazione proprio dall’Honor Montis Santi Angeli, dovette trarre vantaggio dalla sua condizione di sede direttamente amministrata dal dominio regio. Ad esso facevano capo i più svariati interessi economici e politici del Gargano, Siponto compresa e di altre terre della pianura daunia. Ciò è attestato anche in un documento del 1184, riportato dal Carabellese, in cui, in una curia convocata a Barletta, erano presenti, fra i giustizieri di Bari e di Capitanata, anche quelli di Monte Sant’Angelo e Siponto. Con la dominazione sveva, dopo un breve periodo in cui ci fu il riscatto dell’Onore da parte della corona, per cui le terre e le città che lo componevano entrarono transitoriamente e per pochi anni nell’amministrazione del demanio regio, ci fu il ripristino dell’Onore, la cui giurisdizione passò direttamente sotto l’amministrazione di un giustiziere, Roberto Borello, mandato quasi certamente da Innocenzo III per conto di Federico II (1194-1250). Nel matrimonio di Federico II con Costanza d’Aragona, nel 1209, in un documento del 1210, si fa riferimento alla costituzione del dotalizio di Costanza, e quindi sempre all’Honor Montis Santi Angeli, di cui se ne appropria lo stesso re svevo Federico II quando sposa Costanza d’Aragona. Infatti nel documento della Constitutio dotalii si legge: “Concedimus etiam eidem civitatem Montis Sancti Angeli, cum toto honore suo, omnibus civitatibus, castris et villis, terris, pertinentiis et institiis et rationibus eidem honori pertinentibus, scilicet que de demanio in demanium et que de servitio in servitium”. L’Onore di Monte Sant’Angelo conserverà la sua funzione di dotalizio per la regina anche nei successivi matrimoni di Federico II, sia in quello del 1222 con Iolanda di Brienne, sia in quello del 1234 con Isabella d’Inghilterra. Per quest’ultimo matrimonio, fu lo stesso notaio Pier della Vigna a redigere il contratto nuziale, affermando che il dotalizio, oltre che Val di Massara, in Sicilia, comprende anche ”Honorem Monti Sancti Angeli...prout utrumque dodarium habere consueverunt”. Secondo lo storico Jamsilia, Federico II avrebbe sposato in “articulo mortis” Bianca Lancia, madre di Manfredi, a cui avrebbe trasmesso, oltre che la corona, anche l’Honor Montis Santci Angeli.

Con l’ascesa di Manfredi al trono, il feudo di Monte Sant’Angelo fu assegnato allo zio Manfredi Maletta, sotto la cui giurisdizione sorse la città di Manfredonia (1263), i cui abitanti provenivano la maggior parte dalla diruta Siponto e da Civitate. Così, con un decreto regio, Manfredi Maletta venne nominato Gran Camerano, ovvero tesoriere del Regno, con giurisdizione sulla nascente città di Manfredonia e su Monte Sant’Angelo. Tale fiducia però fu mal ripagata, perché alla morte di Manfredi, lo zio Maletta, “per viltà e per tradimento”, si mise al servizio del nemico, consegnandosi al re angioino Carlo D’Angiò, con tutto il tesoro e la corona di Manfredi.

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Città di Monte Sant’Angelo: dal volume “Il Regno di Napoli in prospettiva” di G. B. Pacichelli (1703).

Con l’arrivo degli Angioini, il feudo di Monte Sant’Angelo perde quella indipendenza amministrativa e giuridica che aveva sotto i Normanni e gli Svevi, per essere inquadrato nell’ambito di una burocratizzazione giurisdizionale regia, con a capo un Giustiziere che amministra non solo il feudo di Monte S. Angelo, ma tutta la Capitanata. Questi era Giacomo Cantelmo, il quale ebbe anche il compito di custodire, nelle prigioni del castello di Monte S. Angelo, la moglie di Manfredi Maletta, Filippa d’Antiochia e i suoi figli.

Nel giugno del 1272, l’Onore di Monte Sant’ Angelo, come il principato di Salerno, è assegnato da Carlo I d’Angiò al suo primogenito Carlo II, nel giorno in cui questi ricevette l’investitura a cavaliere “signore perpetuo ed ereditario nei suoi discendenti legittimi di ambo i sessi”. Così si legge nel documento di donazione: “Terre autem dicti Honoris Montis Sancti Angeli sunt vidilicet: Mons Sancti Angeli, Pesquitium, Veste, Rodium, Vayranum cum Pantano, Sipontum, quod nunc dicitur Manfridonis, Sanctus Clericus et Casale Novum cui etiam adiungimus terram Campi Marini”. Da questo momento, Carlo II si intitola “Princeps Salernitanus et honoris Montis Sancti Angeli dominus”. Con Carlo II, il feudo di Monte Sant’Angelo perderà gradualmente la sua specificità, per diventare un feudo privato controllato direttamente dal potere centrale. Durante la prigionia di Carlo II da parte degli Aragonesi, l’Onore fu retto dal Vicario Rodolfo de Bullerio. Successivamente, una volta salito al trono Carlo II, questi concesse la dotazione dell’Onore al suo primogenito Carlo Martello, il quale a sua volta lo concesse al vicariato Pietro Panetterio e poi a Pietro d’Angicourt. Con Carlo II il feudo riacquistò una certa vitalità politica. Si ebbero vari interventi edilizi per quanto riguarda il castello, la cinta muraria e alcune variazioni alla facciata esterna della Basilica. Alla morte di Carlo Martello, l’Onore tornò al demanio per cinque anni, per poi essere assegnato da Carlo II a Raimondo Berengario. Questi, durante il suo vicariato, fece redigere, nel 1304, un inventario di tutti i beni feudali di Monte S. Angelo, che sarà chiamato in seguito Platea, a cui si farà riferimento, per tutto il XVIII e l’inizio del XIX secolo, nelle liti tra feudatari e i comuni di S. Giovanni Rotondo e Manfredonia, per quanto riguarda l’accertamento dei confini e dei diritti di promiscui. Morto Raimondo Berengario, l’Onore fu assegnato dal re Roberto al fratello Giovanni, conte di Gravina e duca di Durazzo. Questi, per quasi sei mesi all’anno, fece dimora fissa in Monte S. Angelo. Alla morte di Giovanni (1335), la moglie Agnese fondò, in onore del marito, il monastero dei Celestini, chiamato S. Giovanni e S. Benedetto, in stile gotico (l’attuale Municipio). Questa costruzione sorse di fronte all’ospizio per pellegrini, fatto erigere nell’XI secolo da Enrico, conte di Monte S. Angelo e Lucera. La Signoria dell’Onore spettò a Carlo, primogenito di Giovanni, il quale sposò una nipote del re, Maria d’Angiò, i cui figli soggiornarono per diversi mesi all’anno a Monte Sant’Angelo. Subito dopo la morte di Giovanni, tuttavia, l’Onore fu oggetto di rivendicazioni da parte di Luigi d’Ungheria, nipote ed erede di Carlo Martello. Sorsero, infatti, varie lotte, disordini e guerre, fino a quando l’Onore non tornò ad un durazzesco, Carlo, figlio di Giovanni. Da Luigi di Durazzo, fratello di Carlo, ucciso per ordine di Luigi d’Ungheria, nipote di Carlo Martello e Margherita Sanseverino, nascerà il futuro Carlo III di Durazzo, re di Napoli e d’Ungheria. Per il battesimo di Carlo venne donata al Santuario di S. Michele una gran conca d’oro, che sarà in seguito fusa, per fare una statua di S. Michele del valore di 60.000 ducati. Con la morte di Luigi di Durazzo, la Signoria dell’Onore passò alla duchessa Giovanna di Durazzo, futura sposa di Ludovico di Navarra. Sotto la sua signoria fu istituita la “Gabella dell’atrio”, a favore del Capitolo garganico: essa era un tributo a carico delle Compagnie di pellegrini che entravano per la porta di Carbonara, chiamata ancora oggi “lo Scotto” (balzello). Inoltre, sotto la Signoria dei durazzeschi, fu istituita la Palatinità della chiesa di S. Michele (1362), diventata precedentemente, nel 1349, la Cappella ducale dei Durazzeschi per volontà di papa Clemente VI. Con Giovanna, l’Onore di Monte Sant’Angelo conobbe momenti di grande prestigio e di grande rinomanza. Ciò, tuttavia, venne oscurato allorquando Giovanna e altri del regno si macchiarono di tradimento nell’aver ordito una congiura contro Carlo III, per cui venne arrestata e imprigionata. La sua tomba, secondo alcuni storici, si troverebbe nell’attuale chiesa di S. Francesco in Monte Sant’Angelo. Con la morte dell’ultima signora durazzesca, ebbe inizio il declino dell’Onore che con alterne vicende si vide privare della sua specificità giurisdizionale. Con l’arrivo di Alfonso d’Aragona (1481-1500), sulla scena politica dell’Italia Meridionale, si ha la caduta degli Angioini. Da questo momento l’Onore ormai era privo di qualsiasi significato giurisdizionale, tanto che lo stesso feudo di Monte Sant’Angelo, dal 1484, diventa di dominio regio.

Di tale Honor, oggi, purtroppo rimane solo il ricordo, anche se la storia, tuttavia, non può essere cancellata, né dimenticata. Spetta all’uomo, con la sua scienza e la sua creatività, riconquistare tale Honor, in un percorso di condivisione e di inclusione, tale da fare in modo che l’antico Honor possa di nuovo essere da guida a chi domani avrà l’onore, ma anche l’onere, di governare una Città che ormai è diventata, con il suo Santuario, Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

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